mercoledì 16 dicembre 2009

Meditazione a scuola

ROMA - Tre mesi di intensa meditazione possono portare la mente di una persona ad acutizzarsi al punto tale da percepire dettagli e fatti della vita di tutti i giorni. Fatti che, normalmente, ci è quasi impossibile cogliere. E' come se si aprissero le porte in un mondo molto più vasto rispetto a quello a cui siamo abituati. Secondo uno studio americano, questa disciplina vecchia di millenni può realmente aiutare a controllare e sviluppare la mente dell'uomo e potrebbe dar modo di curare una problematica della mente - che impedisce un normale comportamento e una regolare concentrazione - nota come Adhd (attention deficit hyperactivity disorder), che colpisce dal 3 al 5% dei bambini. Spiega Richard Davidson dell'Università del Wisconsin, neuroscienziato che ha seguito la ricerca: "Alcune caratteristiche della mente che si credevano assolutamente immutabili, in realtà possono subire profonde mutazioni con esercizi continui. La gente sa che l'esercizio può aumentare le capacità del proprio corpo, ma ora le nostre ricerche dimostrano, senza ombra di dubbio, che con l'esercizio è possibile aumentare anche la capacità mentale".

Porre attenzione ai fatti richiede tempo e impegno e poiché ciascuno di noi ha una limitata capacità mentale, la gran parte dei dettagli dei fenomeni che avvengono attorno a noi ci sfuggono. Un esempio tra i tanti: se due immagini vengono fatte comparire contemporaneamente su un video, una delle due non viene colta dalla mente. Il fenomeno è chiamato "cecità dell'attenzione". Ma il fatto che occasionalmente si riesca a cogliere anche la seconda immagine suggerisce che ciò possa diventare regola con un giusto esercizio della mente, che si può realizzare con la meditazione indiana. Davidson si è convinto ad approfondire tutto ciò su diretto incitamento del Dalai Lama, una decina di anni fa. Spiega Davidson: "Anche se da trent'anni praticavo personalmente la meditazione, solo allora avevo capito che era giunto il momento di approfondirla dal punto di vista scientifico. Va detto infatti, che la meditazione è un metodo che facilita la regolazione delle emozioni e dell'attenzione e non si deve pensare che sia sempre qualcosa di trascendentale". La ricerca ha permesso di scoprire che le persone che in media trascorrono una quarantina di minuti di meditazione al giorno ispessiscono le aree del proprio cervello dedite all'attenzione. "A questo punto penso sia necessario aprire una nuova strada della ricerca sul nostro cervello, che potremmo definire neuroplasticità. Essa si dovrebbe occupare della possibilità che abbiamo di cambiare la forma del cervello con l'esercizio mentale", ha spiegato Davidson.

Il neuropsichiatra ha concentrato la sua ricerca sul Vipassana, che è la più antica disciplina di meditazione buddista, in quanto risale a 2.500 anni fa, e che ha tra i suoi scopi quella di ridurre la distrazione mentale e incrementare le capacità sensoriali. La ricerca attuale si è concentrata su 17 volontari che hanno accettato di immergersi per 10-12 ore al giorno in meditazione, per tre mesi di fila. A questi si è aggiunta un'ulteriore ricerca su 23 volontari che hanno ricevuto una lezione di meditazione che poi hanno eseguito per 20 minuti al giorno per una settimana. Ai volontari è poi stato sottoposto un gran numero di immagini su un video che comparivano come flash. Durante ciò una serie di elettrodi seguiva l'attività del cervello. Tutto ciò ha portato a scoprire che i volontari che si erano sottoposti alla meditazione intensiva erano in grado di cogliere un gran numero di informazioni in tempi brevissimi, mentre la seconda categoria vi riuscivano solo parzialmente e prove eseguite prima di sottoporsi alla meditazione mostrano una quasi totale incapacità nel cogliere le immagini proposte. La ricerca è stata pubblicata su PLoS Biology. Clifford Saron del Centro per lo Studio della Mente e del Cervello dell'Università della California (Usa) ha spiegato: "La nostra vita è una serie di momenti successivi di "cecità dell'attenzione", in quanto sono più le cose che ci sfuggono di quelle che sappiamo cogliere. Se quanto ha dimostrato Davidson risulterà vero, un esercizio appropriato della nostra mente può aprirci un mondo diverso". Ma come utilizzare questa scoperta per i bambini afflitti da Adhd? "Certamente non possiamo ipotizzare di sottoporli a meditazione intensiva, ma se riuscissimo a capire come essa agisce sul cervello, si potrebbe tentare di giungere a medesimi risultati per via medica". Nei prossimi cinque anni Davidson spera di arrivare a risultati concreti utili ad adulti e bambini.

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lunedì 7 dicembre 2009

La sincronizzazione emisferica dei lobi cerebrali

La sincronizzazione emisferica dei lobi cerebrali
tratto dal libro "Guarigione spirituale e immortalità"
di Patrick Drouot
Ed. Amrita
Solitamente gli emisferi destro e sinistro generano segnali che sono
sovente indipendenti gli uni dagli altri, e la sincronizzazione
emisferica è una condizione insolita, in cui l'attività elettrica del
cervello è equilibrata.

Questo fenomeno è reso possibile dalla propensione del cervello a
rispondere a frequenze diverse. Sappiamo da diversi decenni che i due
emisferi cerebrali hanno la facoltà di operare delle sottrazioni:
così, quando un segnale sonoro (un'onda sinusoidale) di una
particolare frequenza viene inviato ad un orecchio ed un segnale di
frequenza leggermente diversa è inviato all'altro, le due metà del
cervello devono agire all'unisono per "sentire" un terzo segnale, che
è la differenza T2. Se si emette, ad esempio, un segnale di 440 hertz
nell'orecchio destro, che corrisponde all'emisfero sinistro, ed un
segnale di 445 hertz nell'orecchio sinistro, che corrisponde
all'emisfero destro, la differenza sarà di 5 hertz, vale a dire una
frequenza Theta. Se la differenza tra queste due frequenze rientra
nella gamma di risposte elettriche del cervello, esso entra in
risonanza con questo segnale ed aumenta la sua intensità elettrica
fino a raggiungere quella frequenza. Un simile comportamento viene
chiamato "frequenza di risposta" (Frequency Following Response, FFR).

Sembra che vi sia un'integrazione dei due emisferi cerebrali dovuta a
questa sincronizzazione. Una delle maggiori autorità nel campo della
sincronizzazione cerebrale è il dottor Lester Fehni. Le sue
osservazioni sulla relazione tra attività delle onde cerebrali e
comportamento umano, lo hanno convinto che la sincronizzazione
emisferica è sperimentalmente legata a un senso di unione. Ciò che
tante altre persone hanno sperimentato soggettivamente, il dottor
Fehni l'ha potuto osservare. Vi è come una sensazione di integrazione
globale del cervello. E' come se, essendo meno coscienti mentalmente,
di divenisse più coscienti su un altro piano, "funzionando" in modo
più intuitivo. Le persone che fossero in grado di imparare a
sincronizzare le loro onde cerebrali, aumenterebbero enormemente il
potenziale del proprio cervello, non solamente per ciò che riguarda
il proprio sviluppo ed apprendimento, ma anche per diventare
ricettivi ad altri livelli di coscienza. Così queste persone
imparerebbero a passare da un lato all'altro dello specchio. Sono
persuaso che imparare a dominare le onde Theta, permetta di arrivare
alla generazione di onde Delta accoppiate alle rapidissime onde
Gamma, la porta di accesso agli stati di visione.

Da quando l'elettroencefalografo ha cominciato ad essere usato come
strumento di ricerca e diagnosi, sono stati individuati alcuni schemi
specifici, indicatori di stati non ordinari della coscienza. Le onde
cerebrali, anche se non si limitano a questa definizione,
costituiscono l'ambiente elettrochimico attraverso il quale la realtà
percepita si manifesta. Ora, la percezione della realtà cambia a
seconda dello stato di coscienza di colui che percepisce. Nel 1934,
alcuni studiosi rivelarono che le onde cerebrali e gli stati di
coscienza ad esse associati, potevano essere alterati da stimolazioni
visive ripetute ad una frequenza nota. Questo fenomeno è stato
chiamato "addestramento". L'interesse scientifico per l'addestramento
è perdurato nel corso degli anni sessanta, e dieci anni più tardi, le
ricerche scientifiche hanno confermato che delle luci lampeggianti
ritmicamente provocano cambiamenti nei ritmi cerebrali.

Nasceva così gradualmente l'osservazione del fenomeno della sincronizzazione
emisferica del cervello. Tuttavia è stato necessario attendere
l'avvento dell'informatica moderna abbinata ad una rappresentazione
topografica delle onde cerebrali ad alta risoluzione, per constatare
oggettivamente gli effetti anatomici del procedimento Hemi-Sync. Le
mappe topografiche ad alta risoluzione forniscono indicazioni sul
funzionamento di certe regioni del cervello e rendono visibili gli
effetti della sincronizzazione emisferica. Il Monroe Institute
utilizza un apparecchio chiamato NRS 24 (Neuromap System 24) in grado
di produrre una simile mappatura ad alta risoluzione. Il tutto è
collegato ad un calcolatore IBM AT o compatibile che crea un ambiente
di analisi a ventiquattro canali. Il NRS 24 è stato studiato per
facilitare la rapida ottimizzazione dei protocolli di risposta
cerebrale a qualsiasi stimolo proveniente dall'esterno.

Jerre Levy dell'Università di Chicago, professore di neurofisica,
un'autorità nel campo della laterizzazione emisferica, sostiene il
valore della simmetria bilaterale del cervello. I cervelli normali,
sostiene, sono fatti per essere sfidati; essi operano a livelli
ottimali solo quando i processi cognitivi sono di complessità
sufficiente ad attivarne i due emisferi. Senza dubbio, aggiunge, i
grandi della storia – uomini e donne – non avevano capacità
intellettuali superiori in ciascuno dei due emisferi, ma erano capaci
di raggiungere livelli eccezionali di motivazione emozionale, di
capacità di attenzione, là dove le parti del cervello sono altamente
integrate, cioè nel sincronismo emisferico.


Approfondimento sul sito http://www.sublimen.com
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Le cellule specchio

2/02/2005

Quale meccanismo sottende alla comprensione non solo delle azioni degli altri, ma anche dei loro intenti? Un raffinato studio basato sulle neuroimmagini ha permesso di comprendere di più i processi cerebrali che ci permettono di interpretare i comportamenti altrui. Ne parla la rivista PLOS Biology.

Grazie alle tecnologie odierne è possibile osservare il cervello in azione, o meglio registrare quali aree e percorsi neurali si attivano a seconda delle diverse percezioni o azioni in cui il soggetto viene coinvolto. Da questi studi si è giunti ad identificare una categoria particolare di cellule, chiamate “cellule specchio”, perché si attivano non solamente quando un individuo compie un’azione, ma anche quando vede la stessa azione compiuta da un altro. L’attività delle cellule specchio può essere attivata dalla visione dell’azione compiuta da un altro individuo, come anche da un’immagine statica o persino dal suono collegato all’azione. Le cellule specchio svolgono un ruolo molto importante nella comprensione dei comportamenti altrui, fornendoci le basi per poter interagire con gli altri.

La domanda chiave che si sono posti i ricercatori è se queste cellule specchio siano coinvolte solamente nel riconoscimento delle azioni, o anche, in modo più profondo, nella comprensione degli intenti che vi sono dietro. Infatti l’azione implica di per sé il concetto di un agente e di un oggetto, quindi un intento e un obiettivo. Per determinare questa sottile discriminazione, gli studiosi hanno sottoposto un gruppo di soggetti alla visione di una serie di immagini: un’azione senza contesto, un’azione nel suo contesto, e un contesto senza l’azione (solo oggetti). Ad esempio, veniva mostrato l’atto di afferrare una tazza, sia da solo, sia con la tazza collocata nel contesto di una tavola imbandita per il tè (pasticcini, bricco e tazza colma) o dopo la consumazione (in disordine e con tazze e piatti vuoti). Nel primo caso il gesto, di per sé identico, di afferrare la tazza aveva implicito l’intento di bere, nel secondo caso di sparecchiare. L’analisi delle neuroimmagini evocate da queste diverse diapositive ha mostrato nel cervello dei soggetti l’attivazione di aree relative a differenti gruppi di cellule specchio. “Questo significa”, deducono gli autori, “che il sistema delle cellule specchio nell’uomo non fornisce semplicemente un meccanismo di riconoscimento dell’azione, ma costituisce anche un sistema neurale per codificare le intenzioni degli altri”. Si tratta insomma di un sistema più complesso di quanto ipotizzato in precedenza.

“La più forte attivazione della corteccia frontale inferiore nella condizione dell’intento di ‘bere’ piuttosto che in quello di ‘sparecchiare’ è coerente con la nostra interpretazione che una specifica catena di neuroni codifichi una sequenza probabile di atti motori, che sta dietro alla codifica delle intenzioni”. Insomma, la mente anticipa l’azione che più probabilmente seguirà a quella visualizzata, e poiché bere, azione naturale, è più radicato che sparecchiare, l’eco che evocherà nel cervello sarà più forte. La mano afferra la tazza, la mente afferra l’intento che c’è dietro, e i ricercatori, forse, hanno afferrato il meccanismo cerebrale che l’ha animata.

Fonte: Iacoboni M, Molnar-Szakacs I, Gallese V et al. Grasping the intention of others with one’s own mirror neuron system. PLOS Biology 2005;3(3).
LEGGI TUTTO QUI
1)Con i neuroni specchio scopriamo gli altri noi
2)Condividiamo i sentimenti con i neuroni specchio
3)L'inpatto delle cellule specchio nella medicina e psicologia
4)Il meraviglioso mondo delle cellule specchio
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Neuroni e Musica

Il cervello non finisce mai di stupire. Non solo sa comporre musiche sublimi, ma "suona" in proprio.

Dan Lloyd, filosofo del Trinity College di Hartford, negli Stati Uniti, è riuscito ad ascoltare la musica del suo cervello e ha appena raccontato l' esperienza su New Scientist. Il ricercatore nel suo esperimento ha usato la risonanza magnetica funzionale, un apparecchio che quantifica l' afflusso di sangue alle varie zone del cervello. Poiché l' aumento dell' irrorazione in una zona o nell' altra del cervello dipende dal tipo di attività, la RNM riesce a identificare quali regioni si "accendono" durante specifici compiti, misurando anche l' intensità dell' attività che corrisponde a quella dell' irrorazione. I risultati sono mappe del cervello con le varie aree colorate in modo diverso e scansioni a video (come quelle riportate nella foto). Qui il colpo di genio di Lloyd, che ha trasformato in musica quelle immagini: per farlo ha messo a punto un software che associa una nota musicale a ciascuna delle aree cerebrali che di volta in volta si accendono, attribuendole un volume proporzionale all' intensità dell' attività. L' americano ha quindi fatto una prova su se stesso, sottoponendosi a risonanza mentre guidava un' auto virtuale al computer o stava a riposo, per poi passare nel software le scansioni ottenute: gli è bastato ascoltare le note prodotte dal suo cervello per distinguere il momento in cui aveva cambiato attività. Incuriosito, ha provato a usare come "spartito" le risonanze di persone sane e di pazienti con demenza o schizofrenia, scoprendo che la musica dei loro cervelli era parecchio diversa. Gli schizofrenici, ad esempio, passano da un' attività cerebrale intensa a una scarsa in modo casuale; chi soffre di demenza manifesta le disfunzioni con ritmi irregolari. Alcuni cambi di melodia erano correlati a modifiche dell' attività cerebrale evidenti sulle immagini della risonanza, altri non erano associati a variazioni altrettanto visibili: come se "ascoltando" il cervello riuscissimo a distinguere ogni suo minimo mutamento di attività, meglio che "guardandolo". Ma tutto questo potrà mai servire a qualcosa? Secondo alcuni neuroscienziati sì: a livello sperimentale, aiuterà a identificare regioni cerebrali da scandagliare in maniera approfondita, che sono attive anche se a "prima vista" non è possibile accorgersene; le melodie cerebrali inoltre sarebbero utili per capire come le varie aree si accendono e si spengono nel tempo, molto di più di quanto sia possibile solo osservando immagini prese in successione. E poi ci sarebbe l' implicazione clinica, ovvero ascoltare il cervello per diagnosticarne le patologie: sarà mai possibile riuscirci? «Forse, ma non nell' immediato futuro - osserva Marco De Curtis, responsabile del Laboratorio di fisiologia dei sistemi corticali, all' Istituto Besta di Milano -. La trasformazione in musica della risonanza è un tema da approfondire, ma è difficile che possa mai sostituire la visita clinica nella diagnosi di schizofrenia, demenza o altre patologie neurologiche. Forse, se si dimostrerà con certezza che un certo ritmo è marcatore di disturbi specifici, sarà possibile usare questo tipo di indagine per approfondire la diagnosi in pazienti con un sospetto di malattia neurologica».

Di certo c' è che, per ora, pure la risonanza magnetica funzionale standard esce poco fuori dai laboratori di ricerca. «In clinica le applicazioni non sono molte - ammette De Curtis -. Si usa, ad esempio, se dobbiamo operare il cervello per eliminare un tumore, per non intaccare zone indispensabili o per verificare che altre aree cerebrali stiano funzionando al posto di quelle malate». Della musica del cervello si potrebbero però fare anche usi meno scientifici. «Non è un suono pulito, né una vera melodia, - ha detto Lloyd - ma non è neanche rumore casuale: è una "quasi musica" piacevole. I miei studenti se la sono già caricata sui lettori mp3». Ad ogni area è abbinato un colore e a ogni colore una nota…




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